Eddington: un western contemporaneo tra Covid e Black Lives Matter – Recensione

Benvenuti nella stagione del cinema politico statunitense. Se Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson ha conquistato tutti raccontando la situazione attuale nel mondo, la stessa occasione se la merita ora Ari Aster, con la sua satira sull’America contemporanea: Eddington. E se ancora non bastasse, è in arrivo il Bugonia di Yorgos Lanthimos (prodotto dallo stesso Ari Aster), a completare il trittico più interessante del 2025 nelle sale cinematografiche.

Un Aster che non è mai stato così lontano da quel modo di fare cinema a cui ha abituato il suo pubblico, ma non per questo meno impattante o meno audace. L’impronta stilistica del regista resta e permanea l’intera pellicola, ma dimenticatevi l’horror di Hereditary e Midsommar. Dimenticatevi anche qualunque genere fosse Beau ha paura. Eddington può essere descritto come un “western moderno”, una satira sociale che lascia da parte i fenomeni paranormali per descrivere il paranormale della società attuale, di un mondo che non ha bisogno di visioni surreali come quelle di Beau.

Basta un evento, uno che tutta l’umanità ha vissuto e che accomuna personaggi e spettatori. Aster sceglie la pandemia di Covid-19 per raccontare la follia umana, per mostrare come basti poco per accentuare conflitti interni e interpersonali. In Eddington viene portato all’estremo tutto ciò che abbiamo davvero vissuto e continuiamo a vivere.

Una piccola cittadina del New Mexico (Eddington, appunto), diventa un micromondo, una rappresentazione in scala degli Stati Uniti. Una città in cui convivono, tra le tante cose, l‘emergenza sanitaria, movimenti sociali come il Black Lives Matter, profonde divisioni politiche e considerazioni sullo sviluppo tecnologico e il conseguente impatto ambientale.

Non a caso, Aster ha dichiarato che il film è incentrato sulla “costruzione di un data center”. In effetti, quello che potrebbe sembrare come un fatto secondario all’interno della pellicola, ne è il cuore tematico. Eddington si apre con un cartello che pubblicizza la costruzione del data center AI, fortemente voluto dal sindaco Teddy Garcia (interpretato da Pedro Pascal). E senza fare spoiler, per quanto bisognerebbe entrare nel dettaglio per comprendere fino in fondo il film, si chiude proprio con un’altra immagine relativa al data center.

Perché il mondo attuale non è scindibile dalla tecnologia, un’estensione fisica e ideologica dell’uomo. Gli abitanti di Eddington sviluppano le loro idee politiche incoerenti scrollando sui social media, a partire dal protagonista della pellicola, lo sceriffo Joe Cross (Joaquin Phoenix). Gli schermi hanno un ruolo di primo piano, una presenza costante in grado di trasmettere tensione più dei dialoghi tra i personaggi. E fa piacere che qualcuno abbia finalmente imparato a portare i piccoli schermi della quotidianità sul grande schermo, senza sacrificare la bellezza visiva o sfociare nel ridicolo. Perché ogni volta che viene inquadrato uno smartphone, Aster e il direttore della fotografia, Darius Khondji, riescono a renderlo di grande impatto (vi sfidiamo a fare il confronto con alcuni split screen visti negli ultimi anni).

Eddington

É attraverso gli schermi e i social media che la trama viene portata avanti, tramite il quale si sviluppano alcuni punti chiave della narrazione. È così che viene annunciato al popolo e agli spettatori la candidatura a sindaco di Joe Cross, che sceglie di sfidare alle urne elettorali Teddy dopo l’ennesima divergenza fra i due, dovuta alla scelta dello sceriffo di non indossare la mascherina nei luoghi pubblici.

D’altronde, in Eddington ci troviamo pur sempre nel mondo reale, durante l’era Covid. Tra no-mask e vaccini, le teorie cospirazioniste sono all’ordine del giorno. La figura più emblematica in tal senso è Dawn (Deirdre O’Connell), suocera di Joe, con cui condivide l’abitazione insieme alla figlia Louise (Emma Stone). Louise è un personaggio complesso, carico di traumi infantili che non riesce a superare, in quanto sia il marito che la madre si rivelano incapaci di comprenderne i reali problemi. La donna trova però l’aiuto che cercava in Vernon (Austin Butler), il carismatico leader di una setta, che incoraggia i suoi followers online, tra cui Louise, ad affrontare i traumi del passato.

Joaquin Phoenix ed Emma Stone in Eddington

Vernon e Louise sono probabilmente i due personaggi più interessati dell’intera pellicola, ma anche quelli sfruttati peggio. Eddington avrebbe beneficiato di un po’ di screen time in più di un formidabile Austin Butler. Con un cast così importante, tra stelle di Hollywood e giovani emergenti, dare il giusto spazio a tutti non era un’impresa facile, nonostante le quasi due ore e mezza di durata.

Austin Butler in Eddington

La tanta carne al fuoco è forse il problema principale. Un problema che è però anche un pregio, perché questa moltitudine travolgente di personaggi e ideologie riesce a raccontare le mille sfaccettature degli Stati Uniti odierni, di una società fratturata in cui non c’è un buono e un cattivo. C’è indubbiamente chi ne esce peggio, eppure viene mostrato il lato più ridicolo anche di chi agisce dallo schieramento più socialmente giusto, perché spesso lo fa con un frivolo senso di appartenenza, tra chi diventa attivista solo per fare colpo su una ragazza o chi polemizza senza alcun senso critico.

In un’America di contraddizioni, Eddington è un film sulle contraddizioni, su quella polveriera pronta ad esplodere che è la società odierna. Si passa dalla prima metà di film, più ordinata e sul piano introspettivo dei personaggi; ad una seconda parte via via sempre più incandescente, che sfocia in un finale quasi tarantiniano. Un film non per tutti, come ci si poteva aspettare, ma che di certo consolida Ari Aster come uno degli autori più coraggiosi e sorprendenti dell’attuale panorama cinematografico hollywoodiano.

7

Verdetto

Ari Aster abbandona l'horror e il surreale per raccontare le mille sfaccettature degli Stati Uniti, con una moltitudine travolgente di eventi e personaggi che riesce a coinvolgere e lasciare senza fiato. Un film che fa fatica a restare sui binari e dare il giusto spazio a tutti i personaggi e i temi trattati, ma che resta un altro interessante capitolo nella filmografia di Ari Aster.

Pro

  • Uno spaccato convincente della società statunitense
  • Le interpretazioni del cast
  • La regia di Ari Aster

Contro

  • Il poco spazio di Austin Butler
  • Troppa carne al fuoco